Proteste e violenza, la triestina Zaulovic agli adulti: «La condanna, da sola, non educa»

Condannare la violenza, garantire conseguenze per chi distrugge e, insieme, interrogarsi sulle ragioni della rabbia dei giovani e sulle responsabilità degli adulti. È il messaggio della riflessione firmata da Monica Zaulovic, che affronta il rapporto tra proteste studentesche, condizioni delle scuole, ascolto istituzionale e funzione educativa.
«La violenza va condannata, sempre. Ma la condanna, da sola, non educa», scrive. Il suo intervento tiene insieme due richieste: risposte concrete alle esigenze degli studenti e un’assunzione di responsabilità da parte di famiglie, educatori e amministratori.
Il diritto di protestare e il limite della distruzione
Zaulovic parte da una domanda sull’efficacia degli strumenti con cui i ragazzi cercano attenzione: scioperi, denunce, articoli e immagini diffuse sui social sembrano, nella sua lettura, non riuscire sempre a produrre cambiamenti.
Da qui l’interrogativo: «Dobbiamo davvero arrivare a questi livelli per essere ascoltati?».
La riflessione distingue però nettamente la legittimità della protesta dai comportamenti distruttivi. «C’è una differenza enorme tra manifestare il proprio dissenso e distruggere ciò che si vorrebbe migliorare», sottolinea.
È questa contraddizione a occupare una parte centrale del testo: denunciare ambienti scolastici inadeguati e danneggiare quegli stessi luoghi significa, secondo Zaulovic, compromettere ciò che si chiede di migliorare.
«Gli studenti hanno diritto a spazi sicuri»
La condanna dei danneggiamenti si accompagna a un richiamo alle responsabilità amministrative.
«Gli studenti hanno diritto a spazi sicuri, dignitosi e adeguati. Hanno diritto di protestare, di alzare la voce, di pretendere risposte», scrive Zaulovic, che definisce evidenti le inefficienze amministrative.
Il suo intervento non richiama un singolo istituto o un episodio circostanziato, ma propone una considerazione generale sulla distanza tra le necessità degli studenti e le risposte ricevute.
Allo stesso tempo pone una domanda sulle finalità di alcune azioni: se resti centrale il miglioramento delle scuole oppure se, in determinate circostanze, prevalga il desiderio di esprimere rabbia e ottenere attenzione attraverso lo scontro.
La domanda rivolta a famiglie, scuole e istituzioni
Per Zaulovic, comprendere come una protesta possa diventare distruttiva richiede un confronto che coinvolga anche il mondo adulto.
«Perché questa rabbia si è intensificata fino a diventare, in alcuni casi, distruttiva?», domanda, chiedendo che l’interrogativo trovi spazio nelle famiglie, nelle scuole, nelle piazze e nelle istituzioni.
Il richiamo è a non fermarsi all’individuazione di un colpevole o all’indignazione immediata. «Condannare un gesto è necessario, ma capire come si arriva a quel gesto è indispensabile per impedire che si ripeta».
Comprendere, nella sua impostazione, non significa giustificare: serve a costruire una risposta educativa capace di prevenire nuovi episodi.
Le chat non possono diventare l’unica spiegazione
Nel testo trova spazio anche un confronto con le occupazioni degli anni Novanta. Zaulovic ricorda una partecipazione che poteva nascere rapidamente, attraverso una parola o una decisione impulsiva, senza gli strumenti digitali di oggi.
Per questo contesta una spiegazione che attribuisca soltanto alle chat la velocità con cui vengono organizzate alcune iniziative.
«Non raccontiamoci che la tecnologia sia l’unica responsabile», osserva. La differenza che individua riguarda soprattutto la possibilità di riprendere, condividere e amplificare ogni episodio.
Secondo la sua analisi, la visibilità ottenuta dalla violenza rischia così di trasmettere un messaggio problematico: che lo scontro riesca a conquistare l’attenzione che una protesta civile fatica a ricevere.
Il ruolo dei media e gli esempi offerti dagli adulti
Zaulovic invita a riflettere anche sulle immagini che raggiungono quotidianamente i giovani attraverso notiziari e social: aggressioni, minacce, conflitti e guerre.
Precisa di non contestare il dovere di raccontare la violenza. Il suo interrogativo riguarda piuttosto il significato che queste rappresentazioni possono assumere per chi sta crescendo.
«Che cosa stiamo insegnando loro? Che per essere ascoltati bisogna distruggere? Che per ottenere qualcosa bisogna far paura?», domanda.
Il richiamo si estende al modo in cui gli adulti affrontano i conflitti e all’esempio offerto da un mondo nel quale, osserva, la forza continua spesso a prevalere sul dialogo.
I ragazzi di oggi e le responsabilità di domani
Un altro passaggio riguarda il futuro: gli studenti ai quali oggi si rivolge il dibattito saranno i professionisti e le persone chiamate a prendere decisioni che riguarderanno la collettività.
Zaulovic cita medici, amministratori di condominio e figure alle quali verranno affidati salute, abitazioni e risparmi. Il riferimento serve a riportare la questione educativa dentro la vita di tutti.
«Quale senso di responsabilità stiamo contribuendo a costruire oggi?», chiede.
Da qui l’invito a non limitarsi a condividere un video o pubblicare un commento, per poi considerare il problema distante dalla propria esperienza.
Ascolto, scuole dignitose e conseguenze per chi distrugge
La parte conclusiva della riflessione indica alcune esigenze che, per Zaulovic, devono procedere insieme: amministrazioni responsabili, scuole dignitose, ascolto autentico e conseguenze per chi danneggia.
La sola condanna, sostiene, non risolve le carenze degli edifici, non restituisce fiducia nelle istituzioni e non insegna a gestire la frustrazione.
A questi interventi affianca quindi un compito educativo: «La libertà non è fare tutto ciò che si vuole: è saper scegliere come agire, anche quando si è arrabbiati».
È il punto attorno al quale ruota il suo appello: riconoscere il diritto dei ragazzi a protestare, chiedere loro responsabilità e pretendere che anche gli adulti rispondano delle proprie scelte.
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