Chiusura Atos, Laterza: «Quante aziende dobbiamo ancora perdere prima che industria diventi priorità?»

La decisione di Atos di fermare la produzione nello stabilimento triestino attivo nel settore dell’elettroidraulica e di prospettare agli 11 lavoratori rimasti il trasferimento in provincia di Varese apre un nuovo fronte politico sul futuro dell’industria cittadina.
A intervenire è Adesso Trieste, che chiede un cambio radicale di approccio: non più soltanto solidarietà dopo l’esplosione delle crisi, ma una strategia stabile per difendere produzione, competenze e occupazione.
Secondo quanto riportato dal movimento, ai lavoratori e alle loro famiglie sarebbero stati concessi appena 25 giorni di preavviso rispetto alla prospettiva del trasferimento.
Laterza: «L’ennesima ferita industriale per Trieste»
A parlare è Riccardo Laterza, capogruppo di Adesso Trieste in Consiglio comunale, che definisce la vicenda un nuovo segnale dell’impoverimento produttivo del territorio.
«Si tratta dell’ennesima ferita industriale per la città, l’ennesimo segnale di un progressivo e drammatico impoverimento industriale del territorio giuliano», afferma.
Laterza sottolinea anche un elemento che considera particolarmente grave: secondo la sua lettura, non si sarebbe davanti a un’impresa priva di prospettive o travolta da difficoltà finanziarie, ma a una realtà che avrebbe scelto deliberatamente di cancellare un pezzo della manifattura triestina.
«La politica non può limitarsi a contare i posti persi»
Il punto centrale dell’intervento è il metodo con cui le istituzioni affrontano le crisi industriali.
«A fronte dell’ennesima chiusura la politica non può limitarsi ad intervenire a danno avvenuto e limitarsi a contare i posti di lavoro persi», sostiene Laterza.
Da qui la domanda lanciata alle istituzioni: «Quante aziende dobbiamo ancora perdere prima che la difesa dell’industria triestina diventi una vera priorità?».
Solidarietà ai lavoratori, ma serve di più
Adesso Trieste esprime piena vicinanza alle persone coinvolte, ma insiste sul fatto che la solidarietà non possa essere l’unica risposta.
Laterza chiede che Regione, Comune e Governo pretendano un confronto immediato con la proprietà e verifichino ogni possibilità concreta di mantenere a Trieste attività, competenze e occupazione.
La richiesta è quindi quella di non considerare il trasferimento come un esito già scritto.
La proposta di un tavolo permanente
Adesso Trieste rilancia inoltre la proposta di un tavolo interistituzionale permanente dedicato al futuro industriale del territorio.
L’obiettivo sarebbe quello di costruire una strategia continuativa e non emergenziale, capace di intervenire prima che le crisi arrivino alla fase più acuta.
Laterza sottolinea come, secondo quanto riportato nella nota, la manifattura contribuirebbe ormai costantemente per meno del 10% alla produzione di ricchezza del territorio.
Un dato utilizzato dal movimento per descrivere la progressiva perdita di peso dell’industria triestina.
Marzoli: «Manca una vera politica industriale»
Sul tema interviene anche Andrea Marzoli, coordinatore dell’Assemblea Economia di Adesso Trieste.
«Questa vicenda è l’ennesimo sintomo di una totale mancanza di politica industriale a favore di uno sviluppo equilibrato del territorio, capace di garantire occupazione, innovazione e redditi adeguati e stabili», afferma.
Per Marzoli, la risposta deve passare attraverso l’utilizzo di tutte le leve pubbliche disponibili.
Il Porto Franco e l’extradoganalità
Tra gli strumenti richiamati c’è anche il possibile utilizzo del regime di extradoganalità del Porto Franco Internazionale di Trieste.
Secondo Marzoli, questa leva potrebbe rappresentare un’opportunità nei casi in cui le imprese utilizzassero catene di approvvigionamento e vendita del prodotto su direttrici extra-UE.
«Serve riprendere in mano e utilizzare tutte le leve pubbliche necessarie per invertire la tendenza», sottolinea.
Una strategia prima che le crisi esplodano
La posizione di Adesso Trieste converge quindi su un punto preciso: smettere di affrontare le vertenze soltanto quando chiusure, trasferimenti o perdita di posti di lavoro sono già diventati realtà.
Il caso Atos diventa così, secondo il movimento, l’ennesimo campanello d’allarme su una questione più ampia: quale futuro industriale vuole costruire Trieste e quali strumenti è disposta a utilizzare per evitare di perdere ulteriormente produzione e competenze?
La richiesta è di passare dalla gestione delle conseguenze a una vera programmazione, capace di coinvolgere istituzioni, imprese e territorio prima che l’emergenza diventi irreversibile.
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