“Lo Stato deve intervenire con sanzioni più restrittive contro chi aggredisce i sanitari”
Nel corso della diretta serale di Trieste Cafe Manuel Cleva, membro del Consiglio nazionale della Società italiana infermieri di emergenza, ha affrontato in modo diretto il tema delle aggressioni contro il personale sanitario, sostenendo che la risposta dello Stato debba essere più incisiva e strutturata. Cleva ha affermato che le norme esistono già, ma che, secondo la sua valutazione, non sarebbero sufficientemente restrittive da costituire un reale deterrente per chi aggredisce un operatore durante il servizio.
Cleva: “Le norme ci sono, ma sanzionano poco”
Nel suo intervento Cleva ha spiegato che l’ordinamento prevede già disposizioni che tutelano il personale sanitario, dalla violenza verbale a quella fisica. Tuttavia, ha sottolineato che, per quanto emerge dall’esperienza quotidiana degli operatori, tali strumenti non sembrano incidere in modo adeguato sulla prevenzione del fenomeno. Secondo Cleva, la percezione diffusa tra i professionisti è che le sanzioni non siano abbastanza restrittive da scoraggiare comportamenti aggressivi.
Un fenomeno che parte dalla parola e può degenerare
Cleva ha ricordato che molte situazioni iniziano con insulti o minacce, forme di violenza verbale che, a suo giudizio, non devono essere minimizzate perché colpiscono l’operatore anche sul piano umano e professionale. Ha aggiunto che, in diversi casi, il conflitto verbale può evolvere in aggressione fisica, trasformando un intervento sanitario in uno scenario di rischio.
Nel suo racconto, Cleva ha evidenziato come questa dinamica si ripresenti nei contesti dell’emergenza, dove il personale opera in ambienti ad alta tensione e con persone spesso in condizioni di forte alterazione o disagio.
“Non chiediamo il grazie, ma sicurezza”: la posizione di Cleva
Cleva ha ribadito che gli operatori sanitari non pretendono riconoscimenti formali per il lavoro svolto, ma ritengono fondamentale poter esercitare le proprie funzioni in condizioni di sicurezza. Ha spiegato che il compito di chi lavora nell’emergenza è portare aiuto e soccorso, ma che la frequenza degli episodi di aggressione sta diventando un elemento destabilizzante per la categoria.
Secondo quanto dichiarato, il passaggio da operatore che presta assistenza a vittima di violenza rappresenta un cortocircuito che mina la fiducia nel sistema e genera un clima di crescente preoccupazione tra i professionisti.
La richiesta di un intervento concreto dello Stato
Il cuore dell’intervento di Cleva è stato la richiesta esplicita di un intervento più deciso da parte delle istituzioni. Ha parlato della necessità che lo Stato agisca con misure più concrete e con sanzioni più restrittive, in modo da rafforzare la tutela di chi opera nei servizi di emergenza.
Secondo Cleva, la risposta non dovrebbe limitarsi alla gestione del singolo episodio, ma mirare a una strategia più ampia di prevenzione e protezione, capace di ridurre il rischio prima che l’aggressione si verifichi. La sua posizione, espressa in diretta, pone l’accento su un principio chiaro: la tutela del personale sanitario non è un tema corporativo, ma una condizione essenziale per garantire continuità ed efficacia al sistema di soccorso.
Un tema che resta centrale nel dibattito pubblico
L’intervento di Cleva si inserisce in un confronto più ampio sulla sicurezza nei contesti di emergenza. Le sue parole hanno evidenziato come il fenomeno delle aggressioni ai sanitari non possa essere considerato marginale o episodico, ma richieda un’attenzione costante e un impegno istituzionale coerente.
Nel quadro delineato durante la diretta, la richiesta è chiara: rafforzare gli strumenti normativi e operativi affinché chi presta soccorso possa farlo senza temere per la propria incolumità.
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