Preistoria sommersa nell’Alto Adriatico: studio ricostruisce pianure, lagune e zone umide oggi sotto mare

Sotto le acque dell’Alto Adriatico si conserva la memoria di territori che migliaia di anni fa erano emersi, frequentati e potenzialmente abitati dalle popolazioni preistoriche. Pianure, zone umide, lagune, paludi e sistemi costieri oggi scomparsi sotto il mare tornano a prendere forma grazie a un nuovo studio nato dalla collaborazione tra il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Southampton e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS.
La ricerca ricostruisce l’evoluzione del paesaggio costiero dell’Alto Adriatico in un arco temporale compreso tra il 9000 e il 4000 a.C., offrendo nuovi elementi per comprendere l’ambiente nel quale vissero prima le comunità del Mesolitico e successivamente quelle del Neolitico.
Un territorio trasformato dall’avanzata del mare
Nel corso della preistoria il progressivo innalzamento del livello marino modificò radicalmente la geografia dell’area.
Territori che per secoli o millenni avevano fatto parte del paesaggio costiero vennero progressivamente sommersi. Pianure e zone umide lasciarono spazio al mare, mentre lagune, paludi, delta e barriere costiere cambiarono posizione e forma nel corso del tempo.
Il risultato fu un ambiente estremamente dinamico, nel quale le popolazioni preistoriche dovettero adattarsi continuamente.
La ricerca consente ora di ricostruire proprio questa trasformazione, restituendo alla conoscenza scientifica una porzione di territorio che oggi non è più direttamente osservabile.
Carote di sedimento e nuovi dati geofisici
Per ricostruire questi antichi paesaggi, gli studiosi hanno combinato differenti fonti di informazione.
Da una parte sono stati utilizzati dati già disponibili ottenuti attraverso l’analisi di carote di sedimento. Dall’altra sono stati integrati nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS.
Attraverso l’identificazione dei diversi ambienti deposizionali e la costruzione di modelli di inondazione, è stato possibile definire non soltanto dove si trovassero determinati paesaggi, ma anche come questi si siano modificati nel tempo.
Un passaggio fondamentale per comprendere la velocità e la successione delle trasformazioni che hanno accompagnato l’innalzamento del mare.
Barriere costiere, lagune, paludi e delta
Le ricostruzioni evidenziano la presenza di diverse generazioni di barriere costiere, vale a dire accumuli sviluppati parallelamente alla costa che potevano svolgere una funzione simile a quella di un argine naturale.
Alle loro spalle si sviluppavano invece le cosiddette retro-barriere, caratterizzate da zone più paludose.
Accanto a questi sistemi erano presenti anche ambienti lagunari, paludi e delta.
Si trattava però di equilibri destinati a cambiare.
Questi paesaggi potevano svilupparsi nelle fasi in cui l’innalzamento del livello marino rallentava, per poi venire rapidamente sommersi durante successive fasi di avanzata del mare.
Un ambiente ricco di risorse per i cacciatori-raccoglitori
Le implicazioni della ricerca vanno molto oltre la semplice ricostruzione geografica.
Le antiche zone umide costiere dell’Alto Adriatico potevano infatti rappresentare ambienti particolarmente favorevoli alle comunità di cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, grazie alla disponibilità di risorse.
Proprio queste popolazioni, tuttavia, dovettero confrontarsi con un territorio in costante mutamento.
L’avanzata del mare modificava progressivamente la distribuzione delle risorse, la forma delle coste e la quantità di terreno disponibile.
Capire come cambiava il paesaggio significa quindi comprendere meglio anche quali possibilità e quali difficoltà incontrassero le comunità che lo frequentavano.
Il Neolitico e l’arrivo delle comunità agricole
Lo stesso problema si pone durante il Neolitico.
Mentre l’agricoltura iniziava a diffondersi lungo le coste dell’Alto Adriatico, il territorio continuava a trasformarsi.
La ricostruzione della paleogeografia permette così di inserire l’espansione delle comunità agricole all’interno di un contesto ambientale tutt’altro che stabile.
Il rapporto tra cambiamenti climatici, modificazioni del territorio e movimenti delle popolazioni diventa quindi uno degli elementi centrali della ricerca.
Ongaro: «I paesaggi sommersi sono un tassello mancante»
«I paesaggi sommersi sono un importante tassello mancante nello studio della preistoria, specialmente in Alto Adriatico», spiega Samuele Ongaro, primo autore dello studio e dottorando all’Università di Southampton.
«I risultati di questa ricerca ci permettono di ricostruire questi paesaggi perduti, che ambienti ospitavano, come sono cambiati nel tempo e che importanza potevano avere per le popolazioni preistoriche, un passo fondamentale per la futura ricerca archeologica nell’area».
Un’affermazione che chiarisce l’importanza di guardare non soltanto alla terraferma attuale, ma anche a tutto ciò che il mare ha progressivamente coperto.
Donda: «I fondali sono parte del patrimonio archeologico»
Anche Federica Donda, geologa marina della sezione di Geofisica dell’OGS e co-autrice dello studio, sottolinea il valore dell’integrazione tra discipline differenti.
«Questo studio dimostra come l’integrazione di dati geologici e geofisici consenta di ricostruire l’evoluzione ambientale di aree ora sommerse, evidenziando al contempo come i fondali marini siano parte integrante del patrimonio archeologico».
Il punto centrale è che una parte consistente dei territori frequentati dalle popolazioni antiche oggi si trova sott’acqua.
Per questo, aggiunge Donda, la loro storia «non può essere compresa attraverso la sola archeologia terrestre».
Come si muovevano le popolazioni e dove si insediavano
Le informazioni raccolte possono contribuire ad affrontare alcune delle grandi domande dell’archeologia preistorica dell’Alto Adriatico.
Come si spostavano le comunità?
Dove sceglievano di stabilirsi?
Quali risorse utilizzavano?
E soprattutto, come reagivano alla progressiva trasformazione del territorio causata dall’innalzamento del livello del mare?
Domande che diventano ancora più complesse quando una parte fondamentale del paesaggio originale non è più visibile.
Riportare alla luce ciò che oggi è sott’acqua
Il valore dello studio consiste proprio nella capacità di restituire alla ricerca archeologica una geografia dimenticata.
Le ricostruzioni paleogeografiche basate su dati geologici e geofisici permettono infatti di riportare idealmente alla luce territori che per migliaia di anni hanno fatto parte del paesaggio europeo e che oggi giacciono sotto l’Adriatico.
Non si tratta soltanto di conoscere meglio il passato del mare.
Significa ricostruire il rapporto tra esseri umani, clima e territorio in una fase cruciale della storia europea, quando comunità di cacciatori-raccoglitori e successivamente gruppi agricoli dovettero vivere e adattarsi a un mondo che cambiava letteralmente sotto i loro piedi.
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