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Cronaca

Parco di Miramare, ripristinata la rete idrica che sfrutta le acque del sottosuolo e alimenta fontane

Luca Marsi·
Al piacere di percorrere sentieri affiancati da alberi monumentali, di passeggiare tra aiuole ridisegnate alla maniera ottocentesca e di ammirare panorami sempre diversi, da qualche giorno nel Parco del Castello di Miramare – aperto ogni giorno dalle ore 8 alle 17 - si aggiunge l’allegria dello zampillio di cascate e fontane. È stata infatti recentemente ripristinata la rete idrica che alimenta gli specchi d’acqua nel Parco grazie a una stazione di pompaggio che sfrutta la ricchezza della falda acquifera nel sottosuolo ed è indipendente dalla fornitura dell’acquedotto.
 
“Anche e soprattutto in questo periodo di sospensione dei servizi a pubblico – ha detto il direttore del Museo Andreina Contessa - a Miramare si continua a lavorare per essere pronti a un rilancio entusiasmante nel momento della riapertura. In particolare nel Parco, alla manutenzione ordinaria, si affiancano i progetti speciali di recupero e restauro, come questo intervento sulle acque del Parco che rivestono una notevole importanza, sia come elemento decorativo che come forma di cura della vegetazione e che contribuiscono, con il loro suoni, al fascino di questo luogo magico”.
 
Gli invasi idrici all’interno del Parco, come di consueto avviene in ambito carsico, sono sempre stati alimentati dalla presenza abbondante di acqua di falda, fin dalla sua realizzazione nella seconda metà dell’Ottocento. Una delle fonti d’acqua più ricche, che alimentava anche il lago dei Cigni e si trovava un tempo nella parte alta del Parco tra le due gallerie, si è esaurita probabilmente qualche decennio fa a seguito di lavori di lottizzazione a monte del parco. Nonostante la purezza dell’acqua filtrata a monte dagli strati rocciosi, Massimiliano d’Asburgo predispose fin da subito l’allacciamento del Castello all’acquedotto pubblico, che veniva costruito proprio in quegli anni sulla base di un progetto che annoverava fra gli autori Carl Junker progettista anche della dimora nobiliare.  L’allacciamento alla rete doveva forse rappresentare la modernità dell’edificio e il rapporto con la città, anche se probabilmente non furono estranee considerazioni sanitarie sull’onda dell’epidemia di colera che imperversò a Trieste nel 1855.
 
Per ovviare alle modifiche intervenute nel corso del tempo è stata ampliata la vasca che già si trovava in prossimità delle Scuderie del Castello e che nell’Ottocento serviva per rifornire di acqua gli animali ospitati nell’edificio. L’acqua raccolta viene ora trasportata dalla stazione di pompaggio attraverso condotte che ne regolano i flussi, nella parte alta del Parco fino al Laghetto dei Loti e da lì, prima di finire in mare, al Lago dei Cigni. In tempi recenti i bacini erano alimentati in modo discontinuo dall’acquedotto, che però fornisce acqua potabile e quindi clorata. Sulle acque di risorgiva, disponibili gratuitamente, sono state condotte specifiche analisi chimiche che ne decretano a tutt’oggi la mancanza di residui e la sostanziale purezza. Questa attenzione alla sostenibilità consente di non versare acqua clorata a mare e quindi nella riserva marina, oltre che di operare un notevole risparmio idrico.
 
Interessante anche il progetto di rinaturalizzazione che sta prendendo avvio nei laghi dei Cigni e dei Loti e che prevede la pulizia degli specchi d’acqua e il reinsediamento di piante e specie animali autoctone. L’operazione di svuotamento e pulizia dei laghi potrà essere effettuata a partire da fine febbraio nel rispetto della fase di riposo dei numerosi pesci che ora li popolano (carpe e pesci rossi) e che verranno traslocati in una vasca attigua per permettere appunto di liberare i laghi dal deposito di almeno 400 metri cubi di residui e sedimenti. Negli invasi sono presenti anche tartarughe e piccoli rettili come i tritoni. Solo alla fine dei lavori verrà considerata l’opportunità di fare abitare due cigni nel laghetto che porta il loro nome.

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