8 marzo, Saba e Joyce "imbavagliati" e D'Annunzio si scopre femminista
«Ci ribelliamo al quotidiano ripetersi degli stupri e dei femminicidi che vengono ormai trattati come qualcosa di ordinario e sempre, irrimediabilmente, come una responsabilità delle donne. Ci ribelliamo alla violenza mediatica che condanna le donne a dei ruoli già decisi, tra i quali quello di vittime. Ci ribelliamo alla violenza dei tribunali: quella che punisce con la revoca dell’affido le donne e i minori che si ribellano alla violenza domestica e che le minaccia con la Sindrome di Alienazione Parentale (PAS); quella che criminalizza le donne che denunciano; quella che nega giustizia ad Alina Diachuk e a tante altre». Lo ha sottolineato il collettivo Non Una di Meno - Trieste che ha rivendicato il gesto.
«Ci ribelliamo - ancora - alla violenza degli ospedali, dove viene sistematicamente ostacolata la nostra libertà di scegliere sui nostri corpi e sulle nostre vite, tramite l'obiezione di coscienza, la violenza ostetrica e sui corpi intersex e la sistematica privatizzazione della sanità, che si trasforma in privilegio per poche. Ci ribelliamo alla violenza delle scuole e delle università, dove il sapere serve spesso a legittimare ruoli e gerarchie di genere e a trasformare le/gli studenti in soggetti passivi, privati di un'educazione sessuale adeguata e costretti a convivere con progetti scolastici finanziati dalla Chiesa cattolica, con la sua retorica colpevolizzante e retrograda».
«Ci ribelliamo - viene sottolineato - alle molestie che ci tormentano sui posti di lavoro per farci accettare silenziosamente il nostro sfruttamento quotidiano e salari sistematicamente più bassi di quelli degli uomini. Non vogliamo più essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità o tra lavoro e cura di un* familiare malat*. Ci ribelliamo a quegli stereotipi di genere che ci vorrebbero confinate nei ruoli di madri gentili e accondiscendenti, che vengono recuperati in tempi di crisi economica per legittimare altri tagli del welfare. Ci ribelliamo al razzismo che si impone sui nostri corpi con la ferocia degli stupri sui confini e nei CPR, con lo sfruttamento di chi è ricattabile e senza diritti, che ci segue anche se siamo nate e nat* e cresciute in Europa, che ostacola continuamente con i confini la nostra libertà di muoverci. Ci ribelliamo al razzismo che strumentalizza la violenza sulle donne per giustificare delle politiche securitarie che limitano i diritti di chi già non ne ha, dividono il tessuto sociale, aggiungono pretesti per mettere ai margini le cosiddette minoranze - ch,in realtà, minoranze non sono».
«Vogliamo - conclude - liberazione ed emancipazione, un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito, accesso alle cure e alla salute. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, sui nostri generi e i nostri orientamenti sessuali. Vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare. Vogliamo l’abrogazione delle leggi Sicurezza. Vogliamo la chiusura dei CPR, la rottura del legame tra soggiorno, lavoro e relazioni familiari e la cittadinanza per chi nasce e cresce in Italia. Vogliamo porre fine alla violenza patriarcale che sostiene questa società diseguale e questo modello economico capitalista che distrugge il pianeta».
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