QR Carnevale Muggia, Ciuoffo: “Serve per garantire sicurezza”, Corvasce: “Violenti presenti comunque” (VIDEO)
È giovedì 22 gennaio 2026, e il format “Giovani al voto” torna a fare quello che promette: mettere due visioni a confronto, senza filtri, sul presente che brucia e sul futuro che pesa.
Da una parte Matteo Ciuoffo per Idea Giuliana, dall’altra Aldo Corvasce per il Movimento 5 Stelle. Tema uno: il ticket da 10 euro per le serate del Carnevale di Muggia, con accesso tramite QR e un numero di codici giornalieri limitato. Tema due: il ritorno delle province in Friuli Venezia Giulia, con tutto il carico di domande che si porta dietro. In mezzo, il ritmo vero del botta e risposta, quello che non fa sconti né alle idee né alle contraddizioni.
Ticket del Carnevale di Muggia, il punto che divide: “Può pesare” contro “Non serve a niente”
Il primo colpo è immediato, perché la questione tocca i giovani nel portafoglio e nell’identità. Ciuoffo parte da un dato umano, prima ancora che politico: “Se ci immedesimassimo nei giovani… 10 euro possono essere una spesa abbastanza importante e onerosa per un ragazzo”. Non la liquida, anzi la riconosce come frizione reale, soprattutto se la festa dovrebbe essere, per definizione, inclusiva. Ma subito sposta il baricentro su un’altra parola chiave, quella che in un evento di massa diventa sempre il vero spartiacque: servizi.
Secondo Ciuoffo, il ticket va letto nella fascia più critica, quella serale, quando “la città deve sobbarcarsi il maggior peso” tra sicurezza, pulizia, gestione dei flussi, mezzi di soccorso e trasporto pubblico messo a dura prova. È qui che inserisce il passaggio più politico del suo intervento: la cifra dei 3.000 codici può sembrare bassa, ma “non è campata in aria” e sarebbe il frutto di un ragionamento per garantire la festa “in sicurezza”.
Corvasce entra da un’altra porta, più tagliente, e punta il dito sulla logica del provvedimento. Il suo punto non è solo il costo, ma l’efficacia: “Negli anni passati gli stessi servizi e gli stessi costi sono stati affrontati”, quindi la domanda diventa: perché oggi serve un ticket? E soprattutto, in che modo un ticket da 10 euro ridurrebbe gli episodi violenti? Il passaggio che fa rumore è quello che lega direttamente la misura all’obiettivo dichiarato: “In che modo un ticket da 10 euro può risultare una soluzione?”.
Per Corvasce, se il bersaglio sono i comportamenti violenti, il biglietto non sposta l’ago: “Un maranza… non sarà sicuramente spaventato da un costo di questo genere”. E poi c’è il dettaglio che alza la temperatura del confronto: 3.000 ticket uguale 30.000 euro di incasso potenziale, cifra che per lui non giustifica il racconto della “sicurezza” come ragione principale, perché il rapporto tra costo, misura e risultato appare sbilanciato.
Ciuoffo concede un pezzo di ragione, ma non arretra sulla cornice: “È vero… non limita chi abbia voglia effettivamente di delinquere”, però insiste sull’effetto di contenimento dei flussi e sulla serenità dei residenti, con una frase che suona come sintesi della sua linea: non propaganda, ma tentativo di garantire notti più gestibili e una città che “si risveglia ancora intatta”.
Corvasce replica con una critica di metodo: ridurre gli accessi non equivale a governare le folle. Secondo lui bisognava ragionare su viabilità e gestione degli spazi, “suddividere la folla”, costruire un impianto diverso, perché anche con numeri più bassi “se tra questi vi sono dei violenti” gli episodi accadranno lo stesso. E qui il confronto diventa quello che è: due letture dello stesso problema, una centrata sulla sostenibilità operativa della città, l’altra sulla coerenza tra misura e obiettivo.
Province, nuova scintilla: “Strumento necessario” contro “Poltrone e burocrazia”
Sul secondo tema cambia il registro, ma non cambia la distanza. Corvasce mette subito la bandierina: Movimento 5 Stelle contrario al ritorno delle province. La motivazione è netta e in due parole: costi e burocrazia. Per lui le competenze principali, “viabilità” ed “edilizia scolastica”, oggi sono in capo alle Edr, strutture non elettive ma tecniche, che starebbero già gestendo “in maniera essenzialmente efficace”. Da qui l’affondo: riproporre le province significherebbe “un modo per dare delle poltrone”, aggiungendo “un nuovo strato” e quindi più problemi.
Ciuoffo ribalta la prospettiva: per Idea Giuliana il ritorno delle province è positivo perché serve un livello che operi sul territorio in modo “capillare”. E qui il suo discorso prende un’altra traiettoria, più identitaria: il Friuli Venezia Giulia non sarebbe un territorio qualsiasi, ma “peculiare” anche per differenze “culturali e linguistiche”, e quindi avrebbe bisogno di una rappresentanza più vicina. In più, sottolinea un elemento per lui decisivo: l’elettività come garanzia democratica, in contrapposizione a strutture percepite come più lontane.
La sua tesi si incastra su un concetto che torna più volte: serve un “elemento ponte” tra Comuni e Regione. E lo spiega con un’immagine concreta: senza un livello intermedio, su strade e scuole si finisce a rimbalzare tra più enti, con tempi e costi che si dilatano. È qui che pronuncia la frase che diventa uno dei perni del suo ragionamento: “Tre enti diversi… ci rendiamo conto della difficoltà sia economica che tempistica”. Per lui, sulla bilancia, pesa più la semplificazione del sistema che il costo politico di un consiglio provinciale.
Corvasce resta sulla sua linea e contesta l’assunto: le Edr sarebbero già “meno stratificate, più snelle”, e quindi non è vero che le province risolverebbero la macchinosità. Sul fronte identitario, riconosce la rilevanza della rappresentanza culturale, ma sostiene che non sia il livello provinciale lo strumento migliore, ipotizzando che quel compito potrebbe essere più efficace in altre forme associative. Il punto, però, resta politico: per lui la provincia è un ritorno al passato che aggiunge costi, non un salto di qualità.
Ciuoffo chiude rilanciando: le province non sarebbero un semplice “ripristino” del vecchio modello, ma una struttura da ripensare, e comunque necessaria per “capillarità” e “sensibilità” su un territorio ampio, con “1.200.000 persone” da servire meglio. È un passaggio che prova a togliere la parola “poltrona” dal centro del ring e a sostituirla con un’altra: efficienza.
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